Print

IV del tempo ordinario C

Festa di San Giovanni Bosco

3 febbraio 2019

Immagino il gran vociare che c’era a Nazareth, mentre Gesù usciva dalla sinagoga, dopo aver detto: «Oggi si è compiuta questa parola che voi avete ascoltata». Immagino il chiacchiericcio pettegolo delle gente di paese che da un orecchio all’altro si passano le loro perplessità, il loro stupore e la meraviglia. Immaginateli tutti con le labbra attaccate all’orecchio di quello a fianco e ascoltate, ascoltate bene quella fatidica domanda piena di perplessità: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Sì, era lui e cosa c’è da meravigliarsi? Mi sembra di sentire Antonio Bosco, il fratello maggiore di Giovanni, che non sopportando che il fratellino avesse buone doti e capacità, si scaglia contro di lui con parole sonore e con un bel ceffone, poiché non sopportava il fatto che Giovannino fosse intelligente, spiccato per lo studio, capace di portare avanti il lavoro contadino di famiglia e la passione per la cultura. Così don Bosco scriverà ricordando quei giorni: In quella stagione, però, Antonio (diciassettenne) cominciò a fare la faccia dura. «Perché mandarlo ancora a scuola? Una volta che si sa leggere e fare la firma, ce n'è d'avanzo. Prenda la zappa come l'ho presa io». Antonio, una sera, vide Giovanni con un libro accanto al piatto e scattò: «Io quel libro lo butto nel fuoco!». «Giovanni lavora come tutti gli altri - ribatté Margherita -. Se poi vuol leggere, cosa te ne importa?». «Me ne importa perché questa baracca sono io a tenerla in piedi. Mi rompo la schiena sulla terra, io. E non voglio mantenere nessun signorino che andrà a stare comodo lasciando noi a mangiare polenta». Giovanni reagì con violenza. Le parole non gli mancavano. Antonio alzò le mani. Margherita cercò di mettersi in mezzo, ma Giovanni fu pestato. A letto, Giovanni pianse, più di rabbia che di dolore. E poco lontano pianse anche Margherita, che quella notte non dormì, e prese una decisione grave. Al mattino disse a Giovanni le parole più tristi della sua vita: «È meglio che [tu] vada via da casa. Antonio un giorno o l'altro potrebbe farti del male». Torniamo dunque al Vangelo e vediamo se non c’è affinità tra il Cristo e i suoi santi: “Gesù rispose loro: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo; ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro». All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù. Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino”. Come Gesù, anche il piccolo Giovanni ha trovato resistenze: Cristo nei suoi compaesani, Giovanni nella sua stessa casa. Ma d’altronde questa è la vita del vero cristiano, quando cerca di imitare in tutto e per tutto il Maestro, Cristo. Come infatti il Signore non poté manifestare il volto di Dio in mezzo alla sua gente a motivo della loro incredulità e supponenza, così Giovanni non riusciva a tirar fuori la sua vocazione a motivo del fratello che lo voleva come lui contadino. Che strano: è proprio del contadino aver cura che il seme germogli e cresca. Come mai Antonio Bosco non riusciva a capire che il cuore di Giovanni era il campo nel quale Dio aveva seminato la vocazione sacerdotale? Belle sono le parole del profeta Geremia: “Mi fu rivolta questa parola del Signore: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato; ti ho stabilito profeta delle nazioni. Ti faranno guerra, ma non ti vinceranno, perché io sono con te per salvarti». Quante volte, magari, avviene la stessa cosa nelle nostre case: Dio ha seminato nel cuore di qualche ragazzo la vocazione sacerdotale o religiosa, ma per paura di un giudizio, di una strigliata, di un disappunto da parte dei genitori, non viene manifestata. Se invece qualcuno dei nostri figli o nipoti osasse manifestare il desiderio di pensare alla vocazione sacerdotale o religiosa, cosa si sentirebbe dire? Parole di approvazione e di incoraggiamento o di disapprovo e chiusura di ogni discorso di questo tipo? Sì, facciamo fatica ad accettare la volontà di Dio, facciamo fatica a svelare i progetti di Dio nei nostri figli. Facciamo fatica a consegnarli nelle mani di Dio, come fece mamma Margherita con Giovanni. Facciamo fatica, come prima di noi fecero fatica i nazareni a comprendere Gesù Cristo. Abbiamo faticato e faticheremo ancora, ma non arrendiamoci alla fatica, non lasciamoci vincere da essa, abbandoniamoci fiduciosi nelle mani di Dio e consegniamogli i nostri figli: saranno più felici loro, saremo più entusiasti noi. E come un faro splenderemo, anche se il cielo, a volte, saprà di tempesta. Anche questa è carità, quella che Paolo esalta come più grande di ogni cosa: perché l’attenzione che mettiamo nel fare crescere i semi di vocazione che Dio pone nel cuore dei nostri ragazzi è vera carità, è vero amore.