Print

VII del tempo ordinario C

24 febbraio 2019 

«Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio». Come posso fare Signore? Come possiamo fare se ogni giorno abbiamo la tentazione di giudicare qualcuno, consapevoli di essere a nostra volta giudicati? È un circolo vizioso nel quale siamo immersi e chi ci tirerà fuori? Davide, il grande re e profeta ci è davanti come esempio di quanto il Signore ci insegna. Egli, pur avendo tra le mani colui che stava attentando alla sua vita, vuole risparmiarlo, perché nessuno può stendere la mano contro colui che il Signore ha scelto e consacrato. Così Davide risparmia la vita di Saul, che per invidia desiderava ardentemente porre fine alla vita di colui che avrebbe preso il suo posto sul trono di Israele. Certamente noi non arriviamo a tanto, ma quante volte la rabbia che portiamo dentro per vicende recenti o passate ci porta a puntare il dito contro i consacrati del Signore? Tutti noi cristiani siamo consacrati con l'unzione, perché fin dal nostro battesimo Dio ha impresso in noi il suo sigillo, ci ha fatti suoi, ci ha resi sacri perché lui è il Santo. Malgrado la nostra fragilità e il nostro peccato, malgrado siamo soggetti a lasciare agire in noi più l'istinto contro quelli che chiamiamo avversari, anziché lo Spirito che ci rende fratelli, Dio da sempre ci ha reso suoi consacrandoci come tempio della sua presenza, per diventare come lui capaci di misericordia. Gesù stesso ce lo ha ricordato: «Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro». Ma sì, in effetti ha ragione: perché continuare a covare rabbie e dissidi che ci portano solo ad alimentare un fuoco che ci brucia e ci consuma? Perché continuare a fare del male a noi stessi e agli altri quando abbiamo in noi il potere di perdonare compiendo ciò che chi non conosce il perdono non può esercitare? E poi, proprio noi, che stiamo a giudicarci, che stiamo a vedere cosa abbiamo o facciamo in più degli altri per sentirci più bravi e superiori a loro: siamo coscienti di non fare niente di particolare? Ci ha detto Gesù: «Se amate quelli che vi amano, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se fate del bene a coloro che vi fanno del bene, che merito ne avrete? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, che merito ne avrete? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto». Pensiamo di essere più degli altri, ma non facciamo niente di meglio. Pensiamo di agire meglio di altri e non ci sforziamo neanche di superare la logica della rabbia e della vendetta. Forse ha proprio ragione San Paolo a dirci di non fermarci all'uomo vecchio che è in noi, immagine del primo uomo peccatore, ma di portare in noi l'immagine dell'uomo nuovo, Cristo, che ha saputo perdonare i suoi stessi uccisori. Ma come fare, Signore? Io faccio fatica a passare dalla teoria alla pratica. Ma col tuo Santo Spirito che agisce nei tuoi consacrati forse ciò che ai nostri occhi è impossibile potrà, con un po' di impegno e fatica, diventare possibile. Il mio pensiero si volge a don Bosco a conclusione di queste settimane a lui dedicate, nelle quali abbiamo riflettuto su quanta fatica bisogna fare per educare ed lasciarsi educare, quanta fatica per essere un faro per i più giovani e nello stesso momento lasciare che Cristo, nostro faro, ci sia da guida. Il mio pensiero va a don Bosco, che dall’infanzia fino alla sua morte ha sperimentato le ostilità da parte di chi non comprendeva la sua vocazione. Nulla l’ha fermato, perché, sperimentando la misericordia di Dio nella confessione frequente, ha saputo donare perdono e misericordia anche a chi lo ostruiva e gli metteva il bastone tra le ruote, ben cosciente che il bastone tra le ruote lo si può mettere agli uomini, ma non a Dio.