VII di Pasqua A

Ascensione del Signore

Domenica dell’Unzione

24 maggio 2020 

Gesù disse ai discepoli: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra. Andate dunque e fate discepoli tutti i popoli, battezzandoli nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro a osservare tutto ciò che vi ho comandato. Ed ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». «Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? – chiesero gli angeli agli apostoli –. Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo». Perché? Perché stavano lì imbambolati fissando il cielo, dimenticandosi che Gesù aveva appena detto loro di muovere i piedi e andare in tutto il mondo ad annunciare il Vangelo? Perché? Sbigottimento? Profonda tristezza per essersi separati dal Maestro proprio in quel momento in cui l’hanno ritrovato dopo la sua morte e risurrezione? Forse è solo un atteggiamento che noi, discepoli che veniamo dopo, dobbiamo tenere bene in considerazione. Infatti guardare il cielo e muoversi su questa terra non sono due cose differenti. Lo sono nella vita pratica, ma non in quella spirituale. Se infatti a un bambino, ma non solo, quando resta meravigliato da qualcosa o ha la testa assorta nei suoi pensieri e cammina svampito con lo sguardo distolto dalla strada gli si ripete: «Guarda dove metti i piedi», nella vita spirituale testa e piedi vanno di pari passo, ma in altro senso.

Nella vita cristiana siamo chiamati a camminare su questa terra tenendo sempre fisso lo sguardo verso la meta, verso il traguardo della nostra vita, ovvero il Cielo. Siamo cioè chiamati a camminare dentro la vita di tutti i giorni annunciando le Verità del Cielo, ossia il Vangelo di Cristo Risorto. Il fatto che Cristo sia salito in Cielo non implica che dobbiamo stare fissi a contemplare quel punto, ma tenendo presente il Signore nella nostra vita, noi ci muoviamo portando Lui, testimoniando Lui, annunciando Lui, perché molti sulla questa terra tornino a guardare il Cielo, traguardo ultimo della nostra esistenza.

Troppe volte nella nostra vita siamo ricurvi su questa terra, su noi stessi, sui beni materiali che ci distolgono dal guardare verso il Cielo; anziché puntare in alto nella vita, ci accontentiamo del basso, delle cose banali e sciocche della terra; tra il Cielo e la terra spesso scegliamo la terra, i piaceri di questa vita, le ricchezze materiali che riteniamo essere la nostra felicità. Questo è anche ciò che ci fanno credere i mezzi di comunicazione presentandoci una vita distorta, dandoci informazioni false, mostrandoci immagini crudeli o devianti per stuzzicare il nostro appetito, come se la vita fosse fatta di piaceri che soddisfano lo stomaco o il desiderio carnale stimolando i nostri ormoni. Ma i nuovi mezzi di comunicazione oggi, diventano anche motivo di odio e di ignoranza quando diffondo notizie false e mal interpretabili che seminano nel mondo panico e desideri di repressione.

In questo tempo di virus abbiamo assistito al fenomeno della comunicazione vera e bella, ma anche falsa e deprimente; abbiamo visto immagini che ci hanno toccato il cuore e immagini di interessi economici e speculazioni che ci fanno, o dovrebbero farci voltare lo stomaco. Sono le immagini belle che ci dicono come il Cielo e la terra non sono distanti, come ci siano ancora uomini e donne che camminano su questa terra costantemente orientati verso i beni del Cielo; vivono su questa terra persone che annunciano il Cielo e che ci testimoniano che il Signore risorto è ancora in mezzo a noi. Quanti medici, infermieri, personale sanitario ha annunciato il Vangelo, a volte senza pensarci, mettendosi a completa disposizione per la salvezza di molte vite, piangendo di gioia per esserci riusciti o di dolore per non aver potuto far di più. La nostra vita, se vissuta in pienezza come vocazione cristiana, è fatta di cose quotidiane che annunciano la presenza di Cristo nella nostra vita.

In questo momento abbiamo assistito alla sofferenza più atroce, dove il Santo Olio è sceso sui malati attraverso gesti di amore e di cura di chi ha davvero vissuto il suo lavoro come vocazione santa e cristiana. Raccolgo allora la testimonianza di un’infermiera che ha avuto accanto a sé la figura di un prete: «Abbiamo dovuto trasformare l’ospedale, le camere, creare percorsi, zone filtro. I parenti non potevano entrare, nessuno poteva aiutare, dovevamo fare tutto, anche imboccare i pazienti. Un giorno, in Ginecologia siamo passati da dieci a ventitré posti letto per malati Covid. Lui era lì con noi a spostare i letti e gli ammalati, tutto bardato, come un infermiere. A un certo punto è arrivata una coppia di coniugi anziani, ma la signora non voleva stare nella camera con il marito; questo per noi significava un ulteriore spostamento, un problema. Don Daniele è rimasto a parlare con la signora e pian piano l’ha convinta che era una soluzione giusta. Alla seconda settimana eravamo davvero in crisi, ricordo una sera che eravamo sull’orlo del collasso, lui ci ha invitati ad andare nella saletta medica, lì abbiamo pregato insieme tutti e lui ci ha benedetto. E siamo ripartiti. Io non sono una che va in chiesa tanto, però in quei giorni ho pregato, ho pregato molto e questo mi ha dato forza». A volte non ci accorgiamo, ma stiamo camminando su questa terra costantemente rivolti al Cielo, ungendo le persone con l’Olio dell’amore, della forza, della dignità che Cristo ci ha inviati a spargere per essere untori dell’amore che vince ogni dolore.