Tutti i santi

1 novembre 2019

Beatitudine, felicità, santità: diamole il nome che vogliamo, ma il mondo ha bisogno di queste caratteristiche. Possiamo dire che il vino della santità o della beatitudine che porta alla felicità scarseggia. Il vino: agli occhi del mondo è segno di allegria, ma l'allegria non è felicità. Nella società di oggi essere un po' alticci non è poi così male, ma non è felicità. Nel mondo adolescenziale, giovanile e adulto associare il vino con la festa e la festa con la sbronza è un attimo, anzi sembra essere scontato. Il vino, quello venuto a mancare alle nozze di Cana, è segno di gioia, ma non di sbronza, almeno per come la intendiamo noi. Il vino, con il quale Gesù ha dato inizio e compimento ai suoi segni, è segno festa, come quella di uno sposalizio, ed è segno di gioia, come è il coronamento di una vocazione nel matrimonio. Ma cosa c'entra il vino, la sbronza, la felicità? Andiamo con gradi: Gesù ha dato inizio al suo ministero cambiando l'acqua in vino, perché era finito. Ha ridato a quel matrimonio il clima della festa che stava venendo a mancare. Gesù ha portato a compimento il suo ministero terreno cambiando il vino in sangue nella festa del matrimonio per eccellenza: quello di Dio che nella croce del Figlio sigilla per sempre il suo patto d'amore con l'umanità. Gesù dall'inizio al compimento della sua vita terrena, potremmo dire, non ha fatto altro che donare il buon vino della gioia, della beatitudine, della santità alla sua sposa che è la Chiesa e ancora oggi continua a effondere sull'umanità quel vino di cui abbiamo estremamente bisogno. Di santità, di gioia, di felicità ne abbiamo bisogno tutti e questo i santi lo hanno capito. Ma anche noi, chiamati alla stessa sorte nella patria eterna del cielo, abbiamo bisogno della beatitudine della gioia, per essere cristiani felici che contagiano di gioia questo mondo; abbiamo bisogno della beatitudine della felicità per essere cristiani che portano a compimento il disegno di Dio e si sentono felicemente realizzati nel sostenere questa Chiesa terreste in cammino verso quella celeste. Anche la vita matrimoniale e familiare è una via verso la santità, perché nell'amore tra uno sposo e una sposa, tra genitori e figli e tra fratelli stessi si manifesta l'amore di Dio e l'amore di Dio genera felicità, gioia, santità. Forse, tra una battuta e l'altra, si dice che il marito che sopporta la moglie sia santo, o viceversa la moglie che sopporta il marito si senta santa. Ma non servono battute ironiche, perché la santità sta proprio nella beatitudine di sopportarsi, cioè di portarsi-sopra, sulle spalle, a vicenda, di prendersi cura a vicenda perché questa è la realizzazione matrimoniale e familiare: la sopportazione non è un atto eroico, ma santo, perché chi sopporta, cioè chi porta su stesso le gioie e le fatiche, le bellezze e le pesantezze del coniuge come dei figli mette in atto una beatitudine che all'apparenza può sembrare più un peso, ma che in realtà manifesta il vero volto della vocazione alla santità che si attua nella vita matrimoniale e familiare. Questo i giovani faticano a comprenderlo; per loro una semplice convivenza può bastare: ma come potrebbe esprimere tutto l'amore del nostro Dio verso l'umanità? L'amore di Dio non può essere sminuito, perché Dio non ha tentato di amare l'umanità, non ha tentato di salvarla, non ha cercato di capire se poteva andar bene o no la sua vicenda con l'uomo attraverso suo Figlio. Dio ha impegnato tutto se stesso nel Figlio e l'amore che si respira in casa, tra sposi, in famiglia è il profumo di santità di cui il mondo ha ancora bisogno. E i cristiani, chiamati alla santità, non possono tirarsi indietro. Inebriamoci del vino della santità, della beatitudine, della felicità: sarà una valida sbronza per un mondo colmo di amore, colmo di santi.