XXVIII del tempo ordinario A

Anniversario della Dedicazione

della chiesa parrocchiale

11 ottobre 2020 

“La festa di nozze è pronta; tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”.

Noi siamo i convocati alle nozze, alla festa del Re, nostro Signore, che ci vuole suoi commensali al banchetto della Domenica, su questa terra, e a quello eterno nel cielo, dove Egli stesso passerà a servirci e preparerà per noi e per tutti un banchetto di grasse vivande, un banchetto di vini eccellenti, di cibi succulenti, di vini raffinati.

Per noi e per tutti: già su questa terra il Signore spezza il suo pane e versa il suo vino per noi e per tutti e ci dice in ogni Eucaristia: «Prendete e mangiatene tutti, questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi»; e ancora: «Prendete e bevetene tutti, questo è il calice del mio sangue per la nuova ed eterna alleanza, versato per voi e per tutti in remissione dei peccati»; e aggiunge: «Fate questo in memoria di me».

Saremo anche noi come gli invitati alle nozze di quel Re che non se ne curarono e andarono chi al proprio campo, chi ai propri affari? Inizieremo anche noi a prendere scuse per non partecipare al banchetto che Egli ci ha preparato? Eppure quella parabola raccontata duemila anni fa da Gesù è quanto mai attuale: quante scuse prendono i cristiani di oggi per non partecipare alla mensa del Signore, quanti impegni antepongono i cristiani di oggi all’incontro con il Signore.

E il Signore non fa finta di niente, anzi: il re si indignò e mandò le sue truppe, fece uccidere quegli assassini e diede alle fiamme la loro città. Poi disse ai suoi servi: “La festa di nozze è pronta, ma gli invitati non erano degni; andate ora ai crocicchi delle strade e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze”. Usciti per le strade, quei servi radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali.

Là dove i cristiani si oppongono al Signore, il Signore libera il posto a loro riservato e lo da ad altri. Quanto è vero il proverbio che torna in mente anche oggi: “chi va via perde il posto all’osteria”. I cristiani che oggi se ne vanno, non perdono il posto ad un’osteria qualsiasi, ma al banchetto che il Signore ha preparato per noi fin dall’eternità. Oh come ci arrabbiamo quando le persone più care antepongono altro al nostro invito: perché pretendere allora che il Signore non se la prenda e continui a tenere occupato un posto che non si vuole occupare?

Ricordare l’anniversario della consacrazione della chiesa, significa ricordare che Dio si è stabilito in mezzo alle nostre case con la sua casa e desidera averci tutti suoi commensali a quel banchetto dove il pane non manca e il vino non viene meno, a differenza di quanto successo a Cana.

Egli ha stabilito la sua casa in mezzo alle nostre, perché le nostre case risplendano della santità della sua casa e siano contagiate dall’amore che dalle nostre chiese scaturisce; e come un fiume in piena travolge tutto, così anche le nostre case possano essere travolte dall’amore impetuoso del Signore. A proposito di case: quel re mandò a bruciare le case degli invitati che rifiutarono il suo invito; noi, invece, chiediamo al Signore che infiammi le nostre case del suo Spirito, perché brucino dell’amore che Lui ha dato a noi e il nostro cuore si infiammi della gioia di essere una Chiesa che cammina dietro il suo Signore, nelle scelte di ogni giorno, nella vita quotidiana, nell’educazione dei più giovani, nell’attenzione ai più anziani. Possa il sacro Crisma, che ha consacrato la nostra chiesa e ciascun cristiano nel giorno del proprio Battesimo, scendere ancora dall’alto e cospargere tutti del buon profumo di Cristo e farci risplendere di santità come splendente è l’olio con il quale noi e le nostre chiese siamo stati consacrati, per essere santi.

Essere santi: è la nostra vocazione. Come non pensare oggi al beato Carlo Acutis, che ha fatto dell’Eucaristia la sua autostrada verso il cielo. Come non pensare a questo giovane quindicenne che ha fatto della sua vita la ricerca della santità. Basti leggere alcune sue frasi, che egli non si vergognava di regalare a tutti i suoi coetanei. Oh, come vorrei che i nostri adolescenti e giovani non si vergognassero di essere cristiani! Egli diceva loro:

Il Rosario è la scala più corta per salire in Cielo.

Una vita è veramente bella solo se si arriva ad amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come noi stessi.

Criticare la Chiesa significa criticare noi stessi! La Chiesa è la dispensatrice dei tesori per la nostra salvezza.

L’unica cosa che dobbiamo temere veramente è il peccato.

Perché gli uomini si preoccupano tanto della bellezza del proprio corpo e poi non si preoccupano della bellezza della propria anima?

Quest’ultima domanda dovrebbe penetrare nel cuore dei nostri ragazzi, così alla ricerca dell’apparire dimenticandosi dell’essere; una frase che tocca anche noi adulti che ci preoccupiamo sempre dell’esteriorità e poco o mai della nostra interiorità.

Carlo, un giovane che non è vissuto nel medioevo, ma ha lasciato questa terra a causa di una fulminante leucemia solo poco più di dieci anni fa. Un ragazzo innamorato di Dio che non metteva se stesso al primo posto; diceva infatti: Non io, ma Dio.

E rivolgendosi ancora ai suoi coetanei adolescenti diceva: Tutti nascono come originali, ma molti muoiono come fotocopie.

E io mi chiedo: perché?