XXXIII del tempo ordinario A

15 novembre 2020

Chi può trovare una donna perfetta? Basti fare un sondaggio tra i mariti. Non credo siano molti ad accertare di aver trovato la donna perfetta, forse qualche melenso sognatore o qualche viscido pseudo-innamorato. Ma la stessa domanda potremmo rivolgerla alle mogli e le risposte sarebbero le stesse. Ma chi è questa donna così lodata dalla Scrittura? Forse che l’autore sacro sia uno di quei viscidi pseudo-innamorati? Oppure un melenso sognatore?

E se fosse che quella donna così perfetta sia la personificazione della Chiesa? Allora quelle parole diventerebbero più comprensibili, ma ancora surreali. Anche la Chiesa non è quella donna perfetta che il profeta si immagina ed per questo che, forse ironicamente, si chiede: Una donna perfetta chi potrà trovarla? Infatti, nemmeno la Chiesa è perfetta: essa è costituita da noi, uomini e donne imperfetti, che però cercano di perfezionarsi col tempo nella vita. È Gesù stesso che invita i suoi discepoli ad essere perfetti come lo è il Padre che è nei cieli, ma nello stesso momento ci balza subito alla mente il dialogo tra il Maestro e il dottore della legge; questo infatti lo chiamò “buono”, che potremmo parafrasare anche con “perfetto”, e Gesù subito lo corregge additando questo aggettivo solo a Dio. Insomma, se Gesù non ama farsi chiamare perfetto, buono o qualsivoglia aggettivo che richiami a tutto ciò, figuriamoci noi se possiamo definirci perfetti. Tuttavia non dobbiamo smettere di camminare sulla via della perfezione, sforzarci sempre di più per essere santi e così giungere all’incontro definitivo con Dio il meno ammaccati possibile.

Ma come fare? Le vie sono due e sono l’una complementare all’altra.

La prima strada è quella che san Paolo ci suggerisce nella lettera ai Tessalonicesi: “Non dormiamo dunque come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri”. Il nostro rischio, infatti, è quello di assopirci respirando i fumi e i profumi del nostro tempo, della nostra condizione, del muoverci a tentoni, cogliendo l’attimo di ciò che ci fa comodo e di farci andar bene ciò che ci soddisfa. Paolo ci dice di stare in guardia, perché quando pensiamo che le cose vadano bene, in realtà le sciagure sono alle porte. Beh, saremmo asini se non capissimo queste parole e ancor di più se il tempo che stiamo vivendo non ci lasciasse un’impronta indelebile, visto che queste parole le stiamo vivendo sulla nostra pelle. San Paolo, però, vuole metterci sull’attenti non soltanto per quanto riguarda i nostri comportamenti responsabili o meno nei confronti di un’epidemia che si è nascosta dietro l’angolo ed è sbucata all’improvviso, ma vuole dirci di stare attenti a tutti i nostri atteggiamenti, perché proprio mentre ci sembra di vivere bene la nostra vita, anche per quanto riguarda il rapporto con il Signore, le insidie sono davvero nascoste e possono sbucare da un momento all’altro e quella forza d’animo che avevamo trovato, e che l’autore sacro esalta anche nella donna che egli descrive, svanisce. Soprattutto in confessione, ma anche nei confronti più umani, è facile sentire o percepire la soddisfazione delle persone che sono riuscite a sconfiggere un proprio peccato o un difetto o ciò che appesantiva il cammino di santità, ma è altrettanto facile sentire chi ce l’aveva fatta a sopprimere un proprio peccato e poi scoprire di esserne ancora infetto – per usare un linguaggio ormai da noi conosciuto –. Ecco, l’apostolo ci dice di fare attenzione, di non essere così sicuri che tutto si sia sistemato in noi, perché alla prima buca si rischia di cadere e di farsi di nuovo male.

La seconda strada ce la indica Gesù stesso: potremmo chiamarla la “Via dei talenti”. Essi sono le capacità che uno ha in sé e che sono diverse gli uni dagli altri. È stupido, infatti, chiedersi il perché ad uno tanti talenti e ad un altro di meno. Noi ragioniamo così perché siamo talmente attaccati al denaro o alle cose che andiamo subito a puntare la nostra attenzione sulla quantità elargita, invece di pensare alle capacità che uno possiede in un campo della vita, sapendo bene che in un ambito ne ha di più e in un altro meno. Questo lo possiamo vedere se ci osserviamo attentamente: per fare un esempio scolastico, possiamo dire che qualcuno ha più talento nella matematica e qualcun altro nelle lingue letterarie. La questione dunque non è chi ha di più o chi ha di meno, ma come facciamo fruttare i nostri talenti, le nostre capacità che la vita ci ha donato e che il Signore ha messo nelle nostre mani perché siano impiegate bene. Quindi, se vogliamo tendere alla perfezione, se vogliamo migliorare la nostra esistenza, se desideriamo essere santi e quindi felici, non dobbiamo giocare al ribasso, ma dare sempre il meglio, che non significa ancora perfezione, ma quanto meno avere buone aspirazioni che si realizzino con un impegno costante. Non si può pretendere, infatti, di imparare né la matematica né alcun’altra materia se si dorme tutto il giorno, se non ci si impegna, se non si studia, se non si fanno fruttare le capacità e i talenti che si hanno. Così non potevano quegli sposini a Cana pretendere che la festa di nozze fosse perfetta se avevano pensato di essere un po’ tirchi con il vino, immagine di quanto siamo, a volte, tirchi noi nel puntare in alto in ogni ambito di vita.

Non pensiamo dunque di essere forti, precisi, perfetti: camminiamo sulla strada della santità senza ritenere che vada bene tutto, pensando di essere apposto una volta per tutte, ma sforziamoci nel cammino conquistando talenti, facendoli fruttare e impiegando al meglio le nostre capacità per essere davvero felici, ricompensati e vivere così nell’abbondanza, non quella terrena, ma quella eterna.