III del tempo ordinario B

24 gennaio 2021

 

La chiamata del Signore non è mai una questione da sottovalutare né da respingere. È certamente un’incognita, perché nessuno ha davanti le anticipazioni della propria vita. Magari si hanno delle aspettative e queste vengono deluse, ma si sa che i piani di Dio non sono i nostri e che quanto il Signore ha in mente, prima o poi lo porta a compimento.

Il caso di Giona ne è l’emblema: egli, profeta del Signore, riceve il compito di andare a Ninive, la grande città pagana, per annunciarne la distruzione se dopo un tempo di quaresima, i famosi quaranta giorni (oggi diremmo dopo la quarantena), gli abitanti di quella grandissima città di tre giorni di cammino non si fossero convertiti. Ebbene, Giona scappa. Giona non ne vuol sapere di andare a Ninive e pensa che i niniviti non debbano ricevere questa opportunità. Fugge da Dio e si imbarca verso la direzione opposta rispetto a Ninive. Ma Dio va a prenderlo e dopo averlo messo in guardia attraverso il naufragio e averlo salvato mettendolo al sicuro per tre giorni e tre notti nel ventre della balena, lo riporta sulla terra ferma, lo rimette con i piedi per terra e lo rispedisce a Ninive. Giona, compresa la lezione, si incammina e giunto nella grande città inizia la sua predicazione, perché quei poveracci si convertano e vivano. La storia avrà un lieto fine per Ninive, perché tutti, persino il re, dopo aver digiunato e compiuto grandi sacrifici, si convertono nel profondo del cuore, mentre Giona continua ad essere amareggiato per questa infinita misericordia di Dio.

Tutto ciò cosa c’entra con la chiamata di Dio?

Prendiamo gli apostoli: Gesù passa sulle rive del mare di Galilea e chiama i suoi primi quattro collaboratori: Simon Pietro, Andrea suo fratello, Giovanni e Giacomo figli di Zebedeo il pescatore. Li chiama a seguirlo, perché lui è il Maestro e in quanto discepoli si aspetta che imparino da lui, che predichino come lui, che costituiscano quella Chiesa da lui sognata e per la quale si è fatto uomo. Lasciarono subito le barche e lo seguirono per imbarcarsi verso una nuova esperienza: pescatori di uomini. Tutto sembra bello, esperienze formidabili, miracoli da effetti strabilianti; quando però Gesù inizia a parlare di morte, di rinunciare a se stessi, di seguirlo fino alla croce, allora iniziano i timori, le perplessità, i dubbi. Per non parlare del punto più alto di questo viaggio, il calvario: prima di giungere lì, tutti spariscono e si nascondono. Cosa avevano capito della loro sequela? Forse niente o forse da lì capiranno che dovranno ricominciare in altro modo.

Insomma: Giona o gli apostoli, la musica è sempre la stessa. Chiamati a vivere la vita per conto del Signore si lasciano prendere da entusiasmi che poi vanno pian piano scemando, non quando si trovano davanti a compiti ardui e impossibili, ma quando ad essere impossibile è il cambio di mentalità per seguire quella di Dio e compiere la sua volontà.

Ecco perché le prime parole che Gesù pronuncia nel suo ministero sono chiare e limpide: «Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo». Per seguire il Signore non basta l’entusiasmo e non serve la paura, non c’è sottomissione e non si viene privati della propria vita: basta solo convertirsi e mettersi sulla stessa frequenza d’onda del Signore, qualunque sia la nostra vocazione e quella dei nostri figli. Giona ha prefigurato la morte e risurrezione di Cristo nel ventre del grosso pesce, ma era già Cristo che agiva in lui risuscitandolo dalla morte nella quale era caduto allontanandosi da Dio; i Niniviti dopo tre giorni di predicazione sono risorti grazie alla loro conversione; gli apostoli dopo tre anni di sequela sono fuggiti, ma dopo tre giorni, quelli della passione, morte e risurrezione di Cristo, sono rinati e con la forza dello Spirito hanno messo in piedi la Chiesa di Cristo.

E noi? Non dobbiamo pensare di aver già progettato la nostra vita e quella dei nostri figli secondo le disposizioni che la nostra mente ha, perché Dio le stravolge, in meglio; il Signore fa morire in noi le nostre convinzioni per farci risorgere dopo tre giorni, tre mesi, tre anni o sa lui quando, ma certamente ci dona possibilità nuove che portano la vita nostra, quella degli sposi, dei genitori e dei figli a qualcosa di magnifico. Ecco perché serve convertirsi e credere nel Vangelo, cioè nella buona notizia che siamo chiamati ad ascoltare, a riflettere, a coltivare nelle nostre vocazioni, ma soprattutto nelle nostre famiglie. Perché aver paura di Dio? Perché fuggire dal Signore? Convertiamoci e rispondiamo prontamente alla sua chiamata e saprà lui donarci quelle soddisfazioni che Giona non seppe cogliere, che gli apostoli sprecarono, che molti cristiani di oggi non vogliono neanche prendere in considerazione, perché pensano già di sapere tutto della propria vita e di quella dei propri figli.

In pratica potremmo riassumere tutto questo nelle parole che Maria disse ai servi alle nozze di Cana, riferendosi a Gesù: «Fate quello che vi dirà». Ed è ciò che ha fatto don Bosco e i grandi santi che nel campo educativo hanno insegnato a fare: fidarsi del Signore è la scelta migliore, perché lui sa bene dove è la nostra gioia e lì vuole condurci. E leggendo gli scritti del suo grande ispiratore, san Francesco di Sales – di cui ricorre oggi la memoria – don Bosco ha compreso che “tutte le pietre preziose, gettate nel miele, diventano più splendenti, ognuna secondo il proprio colore, così ogni persona si perfeziona nella sua vocazione, se l'unisce alla devozione. La cura della famiglia è resa più leggera, l'amore fra marito e moglie più sincero: la devozione deve essere praticata in modo diverso dal gentiluomo, dall'artigiano, dal domestico, dal principe, dalla vedova, dalla donna non sposata e da quella coniugata. Ciò non basta; bisogna anche accordare la pratica della devozione alle forze, agli impegni e ai doveri di ogni persona” (dalla “Introduzione alla vita devota” di san Francesco di Sales, vescovo).

Siamo chiamati a realizzare le nostre diverse vocazioni mettendo in pratica ciò che il Signore ci dice di fare. E sarà vita vera e gioia piena.