I di Quaresima *

21 febbraio 2021

 

Il Signore Dio plasmò l’uomo dalla terra e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente. Poi incontrò il serpente, l’astuto animale che indusse l’uomo a cadere nella tentazione. Anche Gesù Cristo incontrò sulla nuda terra del deserto colui che voleva indurlo nelle tentazioni, quali la voracità, la superbia, il potere.

Il deserto è per eccellenza il luogo arido, asciutto, secco: manca l’acqua.

Cosa manca alle nostre famiglie perché le tentazioni non prendano il sopravvento? Forse la fede che ci permetta di non soccombere nelle insidie della vita? Forse la condivisione per aiutarci a vicenda a sfuggire alle tentazioni? Forse la comunicazione per non restare soli in quella trappola che ci porta a pensare che ognuno deve cavarsela da sé?

La voracità: vogliamo tutto e subito e non comprendiamo più l’arte della fatica. Sarebbe stato facile per Gesù cambiare le pietre in pane, come cambiò l’acqua in vino. Ma non vuole dare l’impressione che la vita sia un “voglio tutto e subito”: questo rischio lo corriamo nella nostra vita e lo corrono soprattutto i nostri ragazzi quando sanno di aver dalla loro parte genitori che a un loro desiderio fanno corrispondere la realtà tanto ambita. Quante volte capita di lasciarsi andare a un capriccio e il più delle volte perché si teme di non ricevere più affetto da parte di figli e nipoti. Ecco che allora esaudire i desideri sembra la via migliore. Ma quando capiranno la fatica che c’è dietro da parte dei genitori per guadagnarsi il pane da mangiare se di quel pane poco importa, perché ciò che conta è invece un vestito firmato o l’ultimo cellulare che li faccia sentire alla moda nella società? Il Signore, nel deserto, sperimenta l’assenza di tutto, ma non per questo provvede a far sì che le pietre diventino pane o dalla terra arida scaturisca acqua. Insegnare ai nostri ragazzi che il “tutto e subito” non esiste, ma che ci si guadagna il pane con fatica, ci aiuta a fare dei nostri ragazzi persone mature, responsabili, capaci di guardare all’essenziale e non al superfluo. Questo avviene anche nel cammino di fede: fino a quando riteniamo che la fede sia un superfluo e non l’essenziale, non comprenderemo mai il gesto di rifiuto del Signore alla provocazione del demonio in quel deserto. La fede ci permette di guardare all’essenziale nella vita, a riconoscere che in ogni famiglia non conta quanto si ha, ma come si vive e per quanto Dio ci ha donato di essere.

Il successo: pensiamo di essere i migliori e ci dimentichiamo della condivisione. Ciascuno è tentato di cercare un proprio tornaconto, di essere in vetta alle classifiche, di mostrare agli altri quanto è superiore: se in famiglia questo viene trasmesso di padre in figlio, capiamo bene come nella vita ciascuno imparerà a pensare a se stesso, a emergere sopra tutti e nessuno guarderà all’altro come possibilità di confronto per crescere. L’altro diventa sempre un avversario da sconfiggere sul campo di gioco come tra i banchi di scuola, sul posto di lavoro come nella società. Lasciandoci prendere da questa tentazione ognuno andrà per la sua strada e non ci sarà più posto nel cuore dell’uomo per condividere neanche un pezzo pane, ma solo pietre da scagliare per farsi posto e avanzare spudoratamente. Quante volte si sentono elogi smisurati nei confronti dei figli: è il più bravo, è la più bella, è il primo della classe: tutte cose che ci portiamo dietro da chissà quanto tempo, dai confronti che facevano i nostri genitori, ora nonni, quando continuavano a paragonarci con gli altri e noi continuiamo anche oggi; così facendo gli altri non sono più fratelli con cui condividere la vita che Dio ci dona, ma persone da eliminare perché non ci rubino il successo. Ecco perché Cristo, nel deserto, non ha accettato di sfidare Dio buttandosi dal punto più alto del tempio per mostrare a tutti la sua gloria tra gli angeli che sarebbero accorsi a salvarlo. Al contrario di Gesù, ci vedo le sfide dei nostri spavaldi ragazzetti: «…tanto c’è la mamma e il papà che mi difendono».

Il potere: crediamo di essere il centro del mondo e ci dimentichiamo di comunicare che il vero potere è servire. Sì, servire quella società nella quale ciascuno vuole essere il centro del mondo, al centro dell’attenzione come il neonato vuole esserlo per i suoi genitori. Ma nessuno è al centro di questo mondo e neanche Cristo ha voluto abusare del potere di essere Figlio di Dio per dimostrare a tutti che avrebbe posseduto ogni regno di questa terra: sapeva già che il mondo era nelle sue mani. E cosa farà per dimostrare questo suo potere? Si chinerà sui piedi dei discepoli e li laverà; salirà sull’alto monte per essere crocifisso; si abbasserà negli inferi per riportare in vita coloro che giacevano nell’ombra di morte. Dunque regnare significa servire: questo dobbiamo imparare dal Signore e questo dobbiamo insegnare ai ragazzi nelle nostre famiglie. Servire non significa farsi mettere i piedi in testa, ma amare, perdonare, guardarsi in faccia e cercare il bene per l’altro e non solo il proprio vantaggio. L’amore vince tutto, anche quando questo costa fatica.

Ci manca l’acqua e l’acqua è l’essenziale per la nostra vita: ci manca Dio, perché non lo riteniamo più essenziale per la nostra esistenza. E quando manca l’acqua tutto è arido, tutto è secco; quando manca Dio nella vita delle nostre famiglie, mancano i pilastri della fede, della condivisione, della comunicazione, mancano i grandi valori familiari: insomma, manca l’acqua che possa far fiorire anche il deserto più arido.

Iniziamo a cercarla e a trovarla nella preghiera. Basta dire insieme, in famiglia:

Padre nostro, che sei nei cieli, 

sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, 

come in cielo così in terra.
Dacci oggi il nostro pane quotidiano, 

e rimetti a noi i nostri debiti
come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori,
e non abbandonarci alla tentazione,

ma liberaci dal male.

 

* Vengono adottate le letture per l’Anno liturgico A per riprendere il cammino pastorale interrotto l’anno precedente a causa della pandemia che ha portato alla chiusura delle celebrazioni ai fedeli.