III di Quaresima*

7 marzo 2021

 

In quei giorni, il popolo soffriva la sete per mancanza di acqua; il popolo mormorò contro Mosè e disse: «Perché ci hai fatto salire dall’Egitto per far morire di sete noi e i nostri figli?». Tutti hanno sete, hanno estremamente bisogno di quell’acqua sorgiva che il popolo d’Israele non trova o non riconosce nel Signore. La preoccupazione degli ebrei, che dall’Egitto vanno verso la terra promessa, è la stessa che i genitori di oggi hanno per i loro figli: hanno sete, sì, ma di cosa? Cosa diamo loro per dissetare quell’arsura che sentono?

Anche Gesù ha sete e avvicinandosi al pozzo di Giacobbe che era a Sicar, città della Samaria, incontra una donna che va ad attingere acqua nel momento più caldo del giorno, verso mezzogiorno, quando la sete è ancor più forte. A lei Gesù chiede acqua, anzi la esige: «Dammi da bere». È interessante questo giocoforza di Gesù, perché subito dopo sarà proprio lui a dire a quella donna: «Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui che ti dice: “Dammi da bere!”, tu avresti chiesto a lui ed egli ti avrebbe dato acqua viva». Chi era realmente quella donna e cosa cercava Gesù?

Quella donna, lo scopriamo dal racconto, era una poco di buono, forse una prostituta, sta di fatto che nella sua vita ha fatto esperienza dell’incapacità di amare. Pur essendo un giudeo – e sappiamo come i samaritani con vadano d’accordo con i giudei – questa donna entra in confidenza con il Signore in questo incontro, che più che casuale sembra provvidenziale. Forse per deformazione professionale questa donna inizia a parlare con Gesù, cercando di raggirarlo, provando per lui attrazione? O più ingenuamente stava nascendo in lei un’altra sete, quella stessa che avverte anche Gesù? La donna inconsciamente ha sete di Dio e Gesù ha sete della fede di quella donna. Alla richiesta di Gesù, inizia ad aprire il pozzo del suo cuore, a scendere in profondità. Per comprendere questo dialogo non possiamo che rifarci alle parole stesse della conversazione: «Signore, non hai un secchio e il pozzo è profondo; da dove prendi dunque quest’acqua viva? Sei tu forse più grande del nostro padre Giacobbe, che ci diede il pozzo e ne bevve lui con i suoi figli e il suo bestiame?». Gesù le risponde: «Chiunque beve di quest’acqua avrà di nuovo sete; ma chi berrà dell’acqua che io gli darò, non avrà più sete in eterno. Anzi, l’acqua che io gli darò diventerà in lui una sorgente d’acqua che zampilla per la vita eterna». «Signore – gli dice la donna –, dammi quest’acqua, perché io non abbia più sete e non continui a venire qui ad attingere acqua». È il caso di ribadirlo come inconsciamente stava sgorgando in lei la fede, infatti si ferma ancora alla sua sete materiale di acqua, come materiale era il suo bisogno di relazioni umane. Gesù invece la stava conducendo oltre il pozzo della materialità, stava cercando di farle capire che Lui è l’acqua viva di cui aveva davvero bisogno il suo cuore. Ma per fare questo deve scuoterla. Le dice: «Va’ a chiamare tuo marito e ritorna qui». Gli risponde la donna: «Io non ho marito». Le dice Gesù: «Hai detto bene: “Io non ho marito”. Infatti hai avuto cinque mariti e quello che hai ora non è tuo marito; in questo hai detto il vero».

Il pozzo, nella Bibbia, è sempre stato il luogo dell’incontro: a Isacco Dio concesse di trovare Rebecca, sua futura sposa, presso un pozzo (Gen 24); Giacobbe incontrò Rachele, sua futura moglie, presso un pozzo (Gen 29); Mosè incontrò la figlia di Madian, Sipporà, presso un pozzo (Es 2); la tradizione vuole che Maria stessa incontrò l’angelo Gabriele presso un pozzo, benché nei vangeli canonici non sia raccontato. Il pozzo è il luogo dove gli incontri acquistano senso, come quello della Samaritana con Gesù e questo senso è l’amore: quella donna, incapace di amare un uomo e restare fedele a lui, incontra l’Amore in carne ed ossa, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato – scrive san Paolo – e Cristo è l’incarnazione dell’amore di Dio. Egli infatti ci ha dato prova che a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona. Ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi. L’amore, si sa, dona tutto e quando si incontra Cristo egli ci disseta con l’acqua viva dell’amore, perché di questo abbiamo bisogno, come aveva bisogno di riscoprire l’amore vero quella donna, come abbiamo bisogno di riscoprirlo noi in Cristo e in coloro che Dio ci ha donato di amare: moglie, marito, figli.

Noi, che abbiamo sete di amore, che cosa cerchiamo per dissetarci? Verso quale pozzo ci dirigiamo o indirizziamo i nostri figli per dissetarci veramente? Non è che spesso, nelle nostre famiglie, i genitori cerchino per i figli qualcosa di superfluo, donando loro valori superficiali o cose materiali quali la ricchezza, il successo, l’apparenza, facendole diventare le nostre divinità, dimenticandoci che la vera sete che avvertiamo dentro è la sete di Dio? Non sono le cose materiali o la carriera a conquistare il loro amore e l’amore delle persone care. L’amore non è materiale e non si paga con la materialità o l’apparenza.

Di che cosa abbiamo sete? Di che cosa hanno sete i nostri figli? Come non ricordare le parole di Gesù: «Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pesce, gli darà una serpe al posto del pesce? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi dunque sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro del cielo darà lo Spirito Santo a quelli che glielo chiedono!» (Lc 11,11-13). E lo Spirito è quell’acqua viva che disseta la nostra vita, il nostro cuore, il nostro bisogno di amore.

 

* Vengono adottate le letture per l’Anno liturgico A per riprendere il cammino pastorale interrotto l’anno precedente a causa della pandemia che ha portato alla chiusura delle celebrazioni ai fedeli.