SS. Trinità B

30 maggio 2021

 

Sono molti gli artisti che hanno espresso il mistero della Trinità: chi attraverso la scultura, chi attraverso la pittura, chi attraverso la letteratura.

Molti autori di dipinti hanno rappresentato questo grande dogma raffigurando l’Eterno Padre dai tratti anziani, con barba lunga, mentre sorregge la croce del Figlio, Gesù Cristo, sovrastati entrambi dalla colomba dello Spirito Santo e ai loro piedi una schiera di santi e beati con la Vergine Maria, alcuni dei quali intenti a presentare la Trinità Santa all’occhio di colui che ammira il dipinto, altri santi in adorazione. Questa schiera vuole ritrarre la Chiesa intera che davanti a questo grande mistero che nessuna scultura o pittura o testo letterario può certamente contenere, ma che cerca di esprimere al meglio ciò che alla nostra mente risulta un po’ difficile da comprendere.

Molti antichi padri della Chiesa e teologi anche contemporanei hanno tentato di descrivere nei loro scritti la Trinità, cercando di aiutare il popolo di Dio a comprenderne il mistero, diversi con parole più o meno semplici, altri con discorsi più articolati. Sta di fatto che questa relazione tra il Padre e il Figlio e lo Spirito Santo è più facile viverla che descriverla.

Potremmo parlare delle nostre relazioni umane e risulterebbe a tratti semplice, a tratti articolato. Ma la nostra relazione con la Trinità beata, come potremmo descriverla? Che relazione abbiamo con il Signore? Anche in questo caso diventerebbe più semplice viverla che descriverla.

Tuttavia c’è chi descrive questo rapporto con l’Altissimo come complicato, chi attraverso la devozione, chi – per non cimentarsi in qualcosa di contuso – descrive il proprio rapporto con Dio come altro da sé, come un qualcosa che non lo tocca nella vita. C’è chi vede Dio nella natura, chi si ferma ad ammirare paesaggi incantevoli e cerca di scorgere lì la presenza di Dio e chi si limita a guardare l’orizzonte meravigliato, ma senza lasciare che Dio si immischi troppo con la vita umana.

Tornado ai grandi artisti, troviamo tra gli scritti del grande pittore Van Ghog una lettera indirizzata al fratello, il quale sembra ammirare le grandi meraviglie della natura per scorgervi Dio e lì fermarsi. Nel 1875 scrive Vincent Van Ghog, da molti ritenuto solo un pazzo:

Caro Theo,

essere sensibili, anche profondamente, alle bellezze della natura non significa essere religiosi, sebbene io ritenga che le due cose siano strettamente connesse l’una all’altra. Quasi tutti sentono la natura – chi più, chi meno – ma pochi sentono che Dio è spirito e che chiunque lo adori deve adorarlo in spirito e verità (Cf. Gv 4). I nostri genitori appartengono a quei pochi. E anche zio Vincent, credo.

È scritto: «Questo mondo passa con tutti i suoi splendori», ma si parla anche di «quella buona parte, che non ci verrà portata via» e di «una sorgente d’acqua che porta alla vita eterna». Preghiamo dunque di poter diventare ricchi in Dio. Ma non cercare di analizzare troppo queste cose – poco per volta ti appariranno più chiare – e fai come ti ho consigliato. Chiediamo che il nostro compito nella vita sia quello di diventare i poveri nel regno di Dio, i servi di Dio: ne siamo ancora lontani; preghiamo affinché il nostro sguardo diventi chiaro, e allora il nostro corpo irradierà luce.

Anche noi, allora, abbiamo in serbo la possibilità di essere artisti, capaci di emanare dalla nostra persona la luce di Dio, perché gli altri possano vedere in noi il riflesso di questo grande mistero di amore che è la Trinità.