XII del tempo ordinario B

20 giugno 2021

 

Chi è Dio? È la domanda che torna anche oggi, dopo averlo visto come colui che getta il seme della sua grazia nelle piccole cose della nostra vita e con l’aiuto di questa sua grazia anche le cose più semplici diventano meraviglie che Egli compie nella nostra esistenza se lasciamo che Lui agisca in noi. Dio è anche il dominatore del cielo e della terra, il creatore al quale ogni cosa si sottopone, è l’architetto che tutto progetta e tutto conduce. La domanda resta sempre viva: Chi è Dio?

Spesso pensiamo di saper tutto di Dio inquadrandolo nei nostri schemi, è colui che pensiamo di racchiudere nei nostri modi di vedere e pretendiamo che sia al nostro servizio esaudendo tutti i nostri desideri. Ma Dio non è questo e la vicenda di Giobbe ce lo dimostra. Ma chi è Giobbe? Giobbe è la figura dell’uomo giusto, impeccabile davanti a Dio e agli uomini, che viene colpito dalla sventura, al quale vengono sottratti rovinosamente i figli e catastroficamente tolte tutte le sue ricchezze e i suoi beni. Non solo: come se non bastasse a Giobbe viene inferta anche la lebbra che pian piano lo consuma e non gli lascia scampo; gli amici vengono per consolarlo, ma non hanno parole da offrirgli se non un silenzio assordante. E proprio mentre dovevano essere loro a portare conforto al malcapitato, Giobbe stesso apre la bocca benedicendo Dio: «Se da Dio accettiamo il bene, perché non dovremmo accettare il male? Sia benedetto Dio!». E Dio, che mette alla prova la rettitudine di Giobbe, sembra vedere in lui un uomo superbo, tanto da chiedergli in mezzo alturbine che si stava scatenando su di lui:

«Tu sai chi ha chiuso tra due porte il mare,
quando usciva impetuoso dal seno materno,
quando io lo vestivo di nubi
e lo fasciavo di una nuvola oscura,
quando gli ho fissato un limite,
gli ho messo chiavistello e due porte
dicendo: “Fin qui giungerai e non oltre
e qui s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde”?».

Potremmo riassumere queste parole in una sola domanda: «Tu sai chi è Dio?».

Questo stesso quesito se lo posero anche gli apostoli nella stessa condizione di Giobbe, in mezzo al mare in tempesta, dopo che Gesù, mettendo alla prova la loro fede, placò il mare e riportò la calma: «Chi è dunque costui, che anche il vento e il mare gli obbediscono?».

Questi dilemmi ce li poniamo anche noi oggi, in mezzo alle burrasche che ci colpiscono, in mezzo alle tormente che si scagliano su noi e il rischio è quello di dire al Signore: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?». Chissà quante volte l’abbiamo pensato quando le nostre preghiere sembravano non essere esaudite e neanche prese in considerazione; chissà quante volte abbiamo dubitato della bontà di Dio perché quanto gli abbiamo chiesto non si è realizzato. Dobbiamo cambiare atteggiamento noi o deve cambiarlo Dio nei nostri confronti? L’uomo di fede non si scoraggia, proprio come ha fatto Giobbe: con le sue stesse parole possiamo metterci nelle mani di Dio con piena e totale fiducia accettando il bene e chiedendo a Dio che il male che non tolleriamo possa però aiutarci a cambiare vita, lasciando che Dio ci stia accanto e ci permetta di imparare a superare le tempeste.

Dio non è quella persona che sistema tutto e non è quel padre iperprotettivo che sottrae i propri figli alle intemperie: Dio è colui che nel Figlio suo Gesù Cristo placa il vento e seda la burrasca, che minaccia il vento e dice al mare: «Taci, calmati!», così che il vento cessi e ci sia grande bonaccia. Dio è colui che ci chiede: «Perché avete paura? Non avete ancora fede?», ma non per questo ci lascia in balìa delle onde. Vuole solo aiutarci a comprendere chi è veramente, vuole farci sentire la sua presenza anche quando pensiamo che sia sordo o addormentato ai nostri richiami, vuole aiutarci a superare i momenti di prova con lo stesso spirito di Giobbe, ben sapendo che anche quando lo crediamo assente, Egli è lì accanto a noi, nel suo silenzio, perché il granello di senape non cresce facendo chiasso, come una tempesta, ma nel silenzio di ogni giorno diventa il più grande di tutti gli arbusti, sotto il sole o sferzato dalle grandi intemperie, passando attraverso la calura estiva come dai rigidi inverni.