XV de tempo ordinario B

11 luglio 2021

 

Spesse volte pensiamo di essere noi a scegliere se stare dalla parte di Dio oppure no, se far contento Dio con la partecipazione alla Messa o con le nostre preghiere oppure lasciarlo in un angolino. Pensiamo di essere noi a decidere del nostro rapporto con Dio, perché in fondo ci ha creati liberi e, proprio perché liberi, gestiamo la nostra persona in relazione a Dio.

In realtà le cose potrebbero sembrare così e così devono restare, anche se, guardando bene in profondità, non ci è data tutta questa facoltà di governare il nostro rapporto con Dio. Potremmo capirlo attraverso tre piccoli passaggi.

«Non ero profeta né figlio di profeta;
ero un mandriano e coltivavo piante di sicomòro.
Il Signore mi prese,
mi chiamò mentre seguivo il gregge.

Queste parole del profeta Amos ci fanno comprendere che Dio non guarda in faccia a nessuno, non sta a calcolare che vita conduca la tal persona e quale mestiere svolga la tal altra: Dio quando vuole conquistare il cuore ce la fa e in un modo o nell’altro Egli sa arrivare al punto. Amos: da pastorello a grande profeta, mandato da Dio verso i pagani, cacciato e minacciato, ma con Dio nel cuore, anche il pastorello che poteva arrendersi e tornare al suo gregge fa fronte all’avanzata dei senza-Dio e non retrocede di un passo. Quando Dio ci conquista è difficile tornare indietro.

Poi c’è Paolo a confermare quanto il profeta Amos ci ha trasmesso:

Benedetto Dio,

Padre del Signore nostro Gesù Cristo,
che ci ha benedetti con ogni benedizione spirituale nei cieli in Cristo.
In lui ci ha scelti

prima della creazione del mondo
per essere santi e immacolati di fronte a lui

nella carità.

L’apostolo rende lode a Dio perché è Lui a chiamare gli uomini alla santità e alla carità che si manifestano nella testimonianza evangelica. D’altronde, se non abbiamo dimenticato le parole “Ti basta la mia grazia, la mia potenza si manifesta nella tua debolezza”, comprendiamo come Paolo si senta davvero chiamato da Dio ad essere apostolo, inviato ad annunciare, come il profeta, una parola che non è sua, ma del Signore, e proprio perché chiamato a questo grande ministero, malgrado tutte le sue debolezze e i suoi errori, capisce ancor di più la grandezza della chiamata di Dio. Possiamo voltare le spalle a Dio quanto vogliamo, ma – sembra dirci Paolo – se Dio ci ha scelti, non riusciremo ad opporgli resistenza.

Fu così anche per i Dodici, quando Gesù li chiamò a sé e prese a mandarli a due a due e dava loro potere sugli spiriti impuri. E ordinò loro di non prendere per il viaggio nient’altro che un bastone: né pane, né sacca, né denaro nella cintura; ma di calzare sandali e di non portare due tuniche. Ed essi, partiti, proclamarono che la gente si convertisse, scacciavano molti demòni, ungevano con olio molti infermi e li guarivano.

La chiamata di Dio implica una partenza: nessuno che abbia incontrato il Signore può restare con le mani in mano, ma sente l’urgenza di compiere il disegno di Dio che non solo ci chiama ad essere profeti e apostoli, ma ci invia (altrimenti che apostoli saremmo?) e ci manda di casa in casa, di situazione in situazione, di persona in persona per portare quella bella notizia che in greco si chiama Vangelo.

Potremmo tirarci indietro, come magari spesso accade, potremmo dire al Signore che non ne siamo capaci, come già talvolta avviene, potremmo prendere mille scuse per non sentire nel nostro cuore la chiamata di Dio che da sempre ci ha scelti per essere suoi ministri, ma la sua voce è più forte del frastuono che c’è intorno al nostro cuore. E potrebbe esserci tutto il rumore di cui Raffaella Carrà si era fatta voce in una sua celebre canzone, ma niente: la voce di Dio sarà sempre più alta, ma così delicata che nessuno potrà resisterle.